Luna Blog

Il Blog de "la LUNA nuova" per condividere con voi in modo veloce e costante news, aggiornamenti e notizie varie, da Palagano e dintorni e permettere a tutti la fruizione dei nostri articoli e velocizzare lo scambio di notizie e contenuti. Stay tuned!

martedì 5 maggio 2015

SCUOLA PRIMARIA - ALLARME PLURICLASSI

Cara Luna,
avrei bisogno di alcuni chiarimenti per sapere che cosa sta succedendo...
Non sono impazzita e so che questa lettera solleverà un polverone da paura, ma quando è ora è ora!

ARGOMENTO: SCUOLA PRIMARIA

Come ben sappiamo nel nostro territorio sono funzionanti due scuole: la principale, quella di Palagano, divisa per ogni classe e quella di Monchio, con le pluriclassi. Pare però che dal prossimo anno, anche a Palagano, mancheranno bambini per raggiungere il numero sufficiente che possa evitare le pluriclassi. A questo punto chiedo: VERRANNO PRESI PROVVEDIMENTI DA CHI DI DOVERE O CI TROVEREMO CON DUE SCUOLE PLURICLASSE?

Prima di scaldarvi provate a riflettere su alcuni punti:
1) quanto costa a noi cittadini mantenere due mezze scuole?
2) è meglio pensare all'apprendimento dei nostri figli o intestardirci su inutili e dannosi campanilismi?

Si predica tanto la solidarietà e la collaborazione, ma quando si toccano certi argomenti tutte le belle prediche sfumano in dannose polemiche. Bisogna pensare che tutti vorremmo tutto: negozi, scuole, impianti sportivi ecc., ma la realtà è che non sempre si puà avere tutto. Anzi, il più delle volete si è costretti a rinunciare a dei servizi fondamentali, come già successo (uffici postali, scuole, uffici sanitari ecc.). Se poi aggiungiamo anche le difficoltà finanziarie sia pubbliche che delle famiglie, dovute alla crisi, dobbiamo valutare seriamente a cosa bisogna rinunciare per far si che tutti possiamo permetterci una vita serena e pagare le tasse, non come a Montecarlo, ma come in un comune di montagna con tutte le sue difficoltà!
Mi aspetto una reazione da parte di qualcuno che sicuramente porterà alle solite ed inutili polemiche, ma ripeto: sono la prima a dire e a capire che ogni cosa tolta è un servizio in meno per tutti, ma penso anche che quando le poche risorse vengono utilizzate non per l'interesse comune, ma per testardaggine diventano uno spreco e un danno per tutti i cittadini.

Una mamma (che preferisce rimanere anonima)



martedì 28 aprile 2015

La “Palaganeide” letta e analizzata da Erika Baschieri

Ancora una volta un lavoro di ricerca mosso dall’interesse per la storia e la cultura del nostro Appennino. La tesi di Erika Baschieri, intitolata “La Palaganeide: tra letteratura e cultura popolare”, indaga e analizza quel poemetto “dedicato” al nostro «bel paese» e ai suoi «cervelli fini», scritto da Gaetano Nizzi (1873-1917) tra la fine del ‘800 ed i primi ‘900. Non solo ne mostra la struttura e i contenuti, ma tenta anche un confronto tematico con la celebre opera tassoniana, La Secchia rapita; utilizza infine il lascito letterario di Nizzi per una ricostruzione storico-culturale del contesto in cui il testo si sviluppa.
L’allora giovane parroco di Rotari - piccola frazione nei pressi di Fiumalbo - descrive le vicende dei palaganesi, attingendo alle storie di paese nonché alla propria fantasia. In sei canti, che compaiono periodicamente sul giornale Pierpaolo, narra dell’ingenuità di quei montanari-eroi che cercano a Livorno l’intelletto e decidono di fabbricarsi la grande luna che desiderano. Stravolgendo il genere epico e cavalleresco, Tanino mostra una combriccola di “astuti” paesani che accompagnano il lettore in una serie di vicissitudini e sventure; caricature o maschere di “tipici” personaggi di paese, che vengono dipinti con goliardia benevola. La solennità della narrazione epica viene abbassata attraverso particolari grotteschi o fuori luogo. Ma non c’è alcun disprezzo nell’utilizzo di elementi volutamente esagerati e carnevaleschi, piuttosto la comicità si trasforma in una modalità di riflessione su tematiche di ampia profondità, come la vita, la condizione umana e la morte. Viene dato ampio spazio ad elementi concreti e materiali - ad esempio riferimenti a particolari corporei e alle sue funzioni più sconvenienti - che abbassano il tono del racconto, ma che solo apparentemente mancano di rispetto alla dimensione più alta dello spirito umano. Facendo riferimento alle opere e alla poetica di Rabelais, Erika nota infatti come l’utilizzo di immagini materiali ineriscano ad un determinato stile letterario; questo tipo di linguaggio permette di conquistare una più ampia confidenza con la natura umana e con il mondo, partendo dal basso. In linea con tale specifica modalità di indagare l’uomo e il reale, il focus del lavoro si sposta su uno degli episodi più conosciuti del poemetto, descritto nel primo canto: la perdita della testa del saggio Barba Gianni che, alla ricerca del giudizio con alcuni compari, si cala in pendio scosceso e viene decapitato da un lupo. Anche in questo caso il particolare macabro è un modo di esorcizzare, attraverso il riso, la paura suscitata dalla difficoltà di comprendere l’esistenza e la morte.
Nizzi impiega poi molti elementi significativi, ampliamente utilizzati nella storia della letteratura: l’asino, simbolo antico di umiltà e docilità, ma anche di stupidità e mancanza di intelletto, presente già nella Bibbia e poi ripreso da Apuleio, Collodi e dai fratelli Grimm; la luna, tradizionalmente simbolo di follia, del cambiamento, ma anche della femminilità e infine il tema del viaggio e della ricerca, “filo rosso” che lega i diversi episodi tra di loro.
Il lavoro di Erika prosegue con un approfondimento storico-culturale del contesto in cui l’opera fu scritta e si conclude con un’indagine su ciò che rimane di questi racconti, non solo nella bibliografia esistente, ma anche nella vita del nostro paese. Dalla tradizionale Festa dei Matti - che si riferisce goliardicamente all’immagine che Tanino creò degli eroici palaganesi - al periodo di scherzi ideati dalla combriccola della S.E.G.A. che si sono susseguiti negli anni novanta, dando così testimonianza dell’astuzia leggendaria ereditata, in qualche modo, da Barba Gianni, Marietta, Bortolino e dai suoi.



lunedì 27 aprile 2015

PALAGANO: INIZIATI I LAVORI DI COSTRUZIONE DELLA NUOVA PALESTRA




Dopo l'acquisizione delle aree, l'impresa PI.CA. di Nonantola (MO) ha ufficialmente iniziato i lavori di costruzione della nuova palestra comunale presso il centro Papa Giovanni XXIII.
Di seguito riportiamo alcune informazioni, provenienti dal sito web del Comune di Palagano, che specificano le caratteristiche della nuova palestra.

"L'edificio in progetto è costituito da un'unica sala da gioco (impianto sportivo al chiuso con spazio di attività sportiva polivalente), di circa 960 mq. utili e di altezza netta minima sotto trave sui campi di gioco di 8.00 ml, in grado di ospitare:

ATTIVITA' AGONISTICA DI PALLAVOLO
disponendo di:
• campo regolamentare di ml 9x18, con fascia laterale minima di 3 ml. lungo le direttrici maggiori del campo e di 5 ml. lungo le direttrici minori, ed altezza netta minima sull'area di gioco di ml. 8,00, per incontri (compresi campionati nazionali) di Serie B1, B2, C, D, 1^, 2^, 3^ Divisione, ed allenamenti Serie A1, A2 (v. estratto di Regolamento FIPAV).

ATTIVITA' ALLENAMENTO E AVVIAMENTO PALLAVOLO
disponendo di:
• 2 campi regolamentari di ml 9x18, con fascia laterale minima di 2 ml. lungo il perimetro dei campi, ed altezza netta media sull'area di gioco di circa ml. 8,00, per allenamento di ogni serie e corsi (v. estratto di Regolamento FIPAV).

ATTIVITA' AGONISTICA DI BASKET SERIE A e SERIE MINORI
disponendo di:
• campo regolamentare di dimensioni ml. 15x28, con fascia laterale minima di 2 ml. lungo tutto il perimetro del campo ed altezza netta sull'area di gioco di circa ml. 8,00, per incontri (compresi campionati nazionali) di serie A e serie minori (v. Regolamento F.I.B.A.).

ATTIVITA' AGONISTICA DI CALCIO a 5 (calcetto, dimensioni minime)
disponendo di:
• campo regolamentare di ml 15x25 (dimensioni minime), con fascia laterale minimo di 1 ml. (campo per destinazione) lungo tutto il perimetro, idoneo per gare anche nazionali fino alla serie C (v. estratto di Regolamento I.F.A.B. – F.I.G.C)."



domenica 26 aprile 2015

Un Uomo senza sangue muore, no?


Come spesso accadeva, mi ritrovavo quasi frastornato, in silenzio,  ad osservare il tramonto, seduto su quella vecchia panchina arrugginita. Tra sogni e balzi nella realtà non comprendevo se il sole fosse alla sua nascita o alla sua morte. Non comprendevo se io ero alla mia nascita o alla mia morte.

Dondolavo lentamente i piedi nel vuoto. Se qualcuno avesse potuto essere lì con me in quel momento avrebbe certamente detto che ero tranquillo ed esprimo serenità. Ne sono convinto. Chi non associa il cadenzato dondolare dei piedi nel vuoto a una sensazione di gioia?

Abbozzavo un sorriso ironico, forse un po’ falso; stringevo il bordo della panchina, mentre mi divertivo a stendere i gomiti di entrambe le braccia facendo leva sui palmi delle mani, per vedere quanto potessi estenderli. Mi sentivo soddisfatto. Sì.

Se qualcuno avesse potuto essere lì, avrebbe certamente detto che ero soddisfatto. La mia espressione era inequivocabile.

 

Sentii proprio allora uno sfrido accarezzarmi l’orecchio destro. Rimasi fermo. Avevo paura a girarmi. Magari era solo stata uno scherzo del vento.

Dopo pochi attimi successe nuovamente, ma questa volta mi si accapponò la pelle.

Pareva quasi che qualcuno avesse graffiato con le unghie su di uno specchio proprio di fianco al mio orecchio.

Era certamente qualcuno che lottava. C’era una guerra in atto. Lo specchio era andato in mille frantumi. Io sentivo la pelle d’oca.  In sottofondo poi pareva quasi emergere un lamento. Di quelli da adulto. Di quelli di cui se ne sentono pochi. Era un lamento acido, a voce bassa, un po’ rosso a dir la verità, sebbene se avessi dovuto descriverlo a terzi l’avrei certamente descritto come grigio.

 

Qualche istante dopo, il silenzio. Non una mosca volare. L’unico rumore che in realtà mi creava piacere era l’incalzante muoversi dei miei piedi.

Passò un istante in cui mi sentii al sicuro. Esatto: un istante. L’istante dopo sentii una mano appoggiarsi sulla mia spalla destra. Non mi voltai. Ma la pressione non pareva essere tanto energica, non c’era di che avere paura.

Al mio orecchio fu sussurrato qualcosa. Era una voce animalesca, quasi roca. Non badai molto alle parole, ricordo solo che un attimo dopo ero al suolo. Scaraventato.

Sapevo che non avrei dovuto permettergli di lasciarmi la mano sulla spalla.

Tentai di rialzarmi, ma mi ri-colpì all’addome con un calcio prima, e con una ginocchiata poi. Non ero in grado di parlare, né tanto meno di rialzarmi.

Il colpo successivo mi fu sferrato al volto.

Ero inerme.

Mi risvegliai con una mano sulla spalla. Era la stessa mano che si era appoggiata a me qualche tempo prima. Feci per allontanarla immediatamente, ma ancor prima di poterla sfiorare fui colpito al volto dalla mano stessa.

Era la fine. Non riuscivo più a reagire. Restavo a terra sanguinante.

Un uomo senza sangue muore , no?

 

-No.-

 

Un uomo che crea castelli illusori composti da mura di pensieri e da portoni senza chiave muore.

Un uomo muore quando per paura di perdere tutto ciò che ha avuto fino a quel momento, decide di non saltare, decide di guardare il cielo a braccia conserte, decide che il buio della propria ombra sia il posto più sicuro in cui stare, decide di fermarsi. Un uomo muore quando decide che il meglio ci sia già stato, e quando a decidere per lui sono gli altri.

Un uomo non muore quando viene colpito al volto. Muore quando viene colpito alle gambe. Muore quando viene colpito alle ginocchia. Muore quando anziché alzarsi decide di stare seduto.

Muore quando arriva a non desiderare. Muore quando è ossessionato dal giudizio degli altri, ma non di quello che lui ha di se stesso. Muore quando tra cento volti, sceglie di guardarne uno solo. Muore quando sceglie di non scegliere. Muore quando ha gli occhi sbarrati e le labbra asciutte. Muore quando preferisce l’artificio alla natura. Muore quando preferisce la certezza all’incertezza.


Io continuavo a dondolare i mei piedi sulla panchina con aria soddisfatta.
 

L’uomo non è immortale, ma è in grado di sopravvivere alla morte.

 

lunedì 3 novembre 2014

LICEO DI PALAGANO: AVANTI TUTTA



Grazie alla statalizzazione (per ora delle prime due classi) il liceo rimarrà aperto, vivo e, finalmente, proiettato verso il futuro.

Di Andrea Fratti


“Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte”: per capire la buia estate della scuola di Palagano, partiamo da una citazione, che rende bene l’idea di quanto accaduto ultimamente. Sono serviti, infatti, mesi di grandi patimenti, rincorse, voci contrastanti ed importanti decisioni, perchè Settembre si aprisse con importanti risposte e, soprattutto, con alcune fondamentali certezze, che ci permettono di fare il punto sulla situazione del Liceo ‘Maria Immacolata’.
Cercando di fugare ogni dubbio, riportiamo sinteticamente quanto è successo e, in modo particolare, quanto succederà alla nostra storica scuola paesana.
La notizia più rilevante è che il liceo locale rimarrà aperto, vivo e, finalmente, proiettato verso il futuro.
Questo rappresenta un traguardo miracoloso, soprattutto alla luce delle modalità e delle tempistiche in cui è stato raggiunto; si è trattato di un salvataggio vero e proprio, in cui le istituzioni hanno avuto un ruolo decisivo (dal Comune alla Regione). Senza entrare nel merito delle condizioni economiche dell’Istituto, della sua storia pregressa e della vicenda legata ai contributi cessati, basti sapere che, all’inizio di luglio, le possibilità concrete parevano essere: chiusura immediata o chiusura dopo l’ultimo anno scolastico garantito. Una prospettiva disarmante, soprattutto a fronte dell’importante rinnovamento degli ultimi anni, che ha portato ad un sostanziale incremento degli iscritti.
Dopo incontri, riunioni, progetti, richieste e preghiere, si è formato un fronte istituzionale deciso a preservare un istituto di riconosciuta qualità a livello nazionale, un pezzo di storia dei nostri paesi, un’opportunità d’oro per tutti i ragazzi ed anche un’azienda capace di muovere, ogni giorno, oltre un centinaio di persone, tra studenti, genitori, professori e dipendenti.
Questo recupero in extremis aprirà, ora, un nuovo ciclo: il Liceo, infatti, inizierà un percorso di statalizzazione, che, già dall’anno scolastico 2014-2015, coinvolgerà le classi prima e seconda. Quando le attuali terza, quarta e quinta concluderanno il loro iter nel ‘vecchio’ istituto paritario, la statalizzazione entrerà a regime completo, diventando pienamente sede distaccata dell’Istituto ‘A.F. Formiggini’.
Nel nuovo corso statalizzato, l’indirizzo scolastico sarà quello Economico-Sociale, con il mantenimento dell’insegnamento di due lingue straniere (inglese e spagnolo), oltre all’inserimento di un completamento di tedesco.
Non si sentirà più parlare di rette e di parità, con la speranza che, superato pure l’ostacolo economico, le famiglie locali possano valutare e riconoscere il valore di ciò che si trova a portata di mano, prima di cercare a km di distanza.
La Cooperativa Scolastica rimarrà viva, lavorando per condurre al diploma queste ultime tre classi paritarie e, contemporaneamente, per creare corsi pomeridiani, iniziative, attività culturali volte ad arricchire la formazione degli studenti, dando continuità al modo unico di accompagnare e seguire i ragazzi. Sostegno, vicinanza, interesse ed aiuto serviranno ancora (e forse ora più che mai), per far sì che questa transizione possa avvenire nel migliore dei modi, contribuendo affinchè il nuovo capitolo della storia della scuola (e dei nostri paesi) sia scritto fittamente e non corra più il rischio di aprirsi tra scarabocchi e pagine bianche.
Ecco, quindi, la cronaca sintetica di una fredda estate, vissuta con la celata speranza che “nessuna notte sia così lunga da impedire al sole di risorgere”… 


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PRIMA FESTA DEL GRANO




Una festa nata per uno scopo benefico: il ricavato è stato devoluto all'associazione S.C.I.L.L.A. e a suor Marry per la  missione in Paraguay


di Gabriele Monti

Il 9 e 10 agosto scorsi, si è svolta a Palagano la prima Festa del Grano. Nata da un’idea di Danilo Bertelli che ha coinvolto subito i volontari dell’associazione S.C.I.L.L.A., è iniziata lo scorso anno in ottobre con l’aratura di un campo messo a disposizione dal parroco don Carlo, quindi è seguita la semina e, nel mese di luglio di quest’anno, la mietitura con una “mietilega” degli anni Settanta (che non ha sbagliato una legata, con grande orgoglio di Danilo).
L’iniziativa ha poi trovato conclusione con la trebbiatura, allestita in uno spiazzo del paese cui faceva da naturale balcone l'area dell'oratorio Santa Chiara, da dove la gente poteva osservare tutte le operazioni di trebbiatura, imballaggio della paglia, raccolta del grano, a distanza di sicurezza e fuori dalla polvere che sempre accompagna queste operazioni.
Il grano dopo essere stato trebbiato, veniva trasportato con i muli di Bruno  in una piazzetta dell’oratorio dove era pesato con il “basco”, mondato con la “mundadura” (macchina di circa cento anni, rigorosamente mandata a mano); quindi macinato con un mulino a pietra e infine veniva fatto il pane. Ecco spiegato il titolo della festa: si è percorso tutto l’itinerario del grano dalla semina al prodotto finale che troviamo sulla nostra tavola tutti i giorni.
Bisogna dire che l’iniziativa è stata molto apprezzata, parecchi genitori hanno ringraziato per aver fatto vedere e capire ai propri figli da dove proviene il pane, che non si materializza dal nulla, ma che è il risultato di un lungo procedimento dove entra in ballo l’uomo, la natura e la tecnologia.
Questa festa è nata per uno scopo benefico, il ricavato infatti verrà devoluto alla S.C.I.L.L.A. e a suor Marry per la sua missione in Paraguay. Voglio sottolineare la grande e pronta risposta da parte di tutti coloro ai quali è stato chiesto di dare una mano, non faccio nomi perché rischierei di dimenticare qualcuno, lo si farà in altra sede, ma un grazie è doveroso a tutti. Come si è detto, è la prima festa del grano ed è stata la prima volta per tutti a cominciare dagli organizzatori, che non avevano mai lavorato insieme, dal gruppo impegnato a preparare i pasti in locali dove non avevano mai lavorato. Qualche intoppo c’è stato, era la prima volta, il prossimo anno, memori degli errori, cercheremo di fare meglio. Ancora un grazie a tutti.
 

MONCHIO, 18 MARZO 1944. UNA RILETTURA DELLA STRAGE ATTRAVERSO LE FONTI CINEMATOGRAFICHE E LE FONTI ORALI


Con la sua tesi, Monchio, 18 marzo 1944. Una rilettura della strage attraverso le fonti cinematografiche e le fonti orali, Giulia Grossi si sofferma sull'indagine di quelle drammatiche vicende che, durante uno dei periodi più complessi della storia d'Italia, interessarono anche il nostro Appennino. Un valido apporto per l'analisi del fenomeno della Resistenza italiana e delle sue molteplici sfaccettature; la ricerca si concentra sulla strage che colpì Monchio il 18 marzo 1944 e cerca di risvegliarne la memoria attraverso la voce di coloro che furono testimoni di quella violenza. 


di Martina Galvani

Ancora una volta si cerca di fare un po’ di luce sul tema della Resistenza italiana e sul coinvolgimento delle nostre zone di montagna in questa complessa fase della seconda guerra mondiale. Questa guerra, che si consumò in Italia tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45, ha addirittura incontrato la definizione di «guerra civile»[1]. Tale definizione deve certamente essere accompagnato da un apparato di spiegazioni chiarificanti, che impediscano facili strumentalizzazioni da parte fascista, ma con le opportune cautele è lecito parlarne anche in questi termini[2]. Quest’ultima fase bellica, infatti, vide il popolo italiano scisso; parte di esso si oppose all’invasione tedesca e al totalitarismo fascista, intessendo una difficile collaborazione con l’esercito alleato, ma un’altra parte si schierò con la nuova Repubblica Sociale Italiana.
Tre organizzazioni governativo - politiche dividevano la popolazione in quel momento, alimentando una confusione destabilizzante; tre centri direttivi era presenti sul territorio italiano: il Regno del Sud, il cui governo era stato affidato dal Re al generale Badoglio, la cosiddetta Repubblica di Salò fondata da Mussolini sotto la coordinazione tedesca e infine il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) che coordinava le operazioni partigiane. In più il suolo di un’Italia già provata dalle penurie della guerra era occupato da due eserciti stranieri: dal confine nord fino alla linea Gustav, nei pressi di Cassino, erano scese le milizie tedesche, mentre gli alleati, sbarcati in Sicilia, erano riusciti a giungere fino alla capitale.
Al di là di ogni semplificazione è dunque molto difficile, se non impossibile, classificare patrioti e traditori in quello che fu un periodo tra i più complessi della storia d’Italia. Non tutti coloro che si schierarono con la RSI lo fecero per convinzione: opportunismo, fedeltà a vecchi ideali o totale mancanza di una coscienza politica furono altrettanti validi motivi che spinsero a dare la fiducia al governo che fino a tre mesi prima aveva tirato le redini del Paese. Allo stesso modo è riduttivo parlare solo ed esclusivamente di patriottismo per quanto riguarda quella parte d’Italia che invece si oppose al paese che in brevissimo tempo si era trasformato da alleato a nemico invasore. Ancora una volta è opportuno riferirsi a Pavone che ha parlato di triplice guerra: patriottica, civile e di classe.[3]
Quello che però qui ci interessa e che interessa il nucleo della tesi di Giulia Grossi, intitolata Monchio, 18 marzo 1944. Una rilettura della strage attraverso le fonti cinematografiche e le fonti orali, va oltre a qualunque dibattito circa la legittimità di quella scelta fondamentale che riguardò la coscienza di ogni italiano dopo l’armistizio. Tale contributo, infatti, si sofferma sulla ricostruzione dei fatti che riguardarono quella parte di popolazione che inerme, e per un certo senso inconsapevole, si trovò nel bel mezzo di stragi e rappresaglie. Come sappiamo infatti anche i civili, in gran parte estranei alla complessa situazione politica o del tutto disinformati, si ritrovarono loro malgrado protagonisti della violenza e della brutalità della guerra.
Dopo un primo capitolo dedicato alla contestualizzazione storica delle stragi di civili, che lacerarono diverse zone d’Italia, il secondo si concentra nello specifico sull’eccidio di Monchio, Costringano e Susano che ebbe luogo il 18 marzo 1944. I fatti che qui vengono indagati hanno la loro origine nel cosiddetto ‘proclama Badoglio’, che il 3 settembre 1943 l’allora capo del governo firmò e che fu quasi obbligato a rendere pubblico in diretta radiofonica cinque giorni dopo la sua stipula; il generale Eisenhower infatti lo aveva già comunicato tramite Radio Algeri e dunque la sua ufficialità non poteva più essere procrastinata. Fu da quel momento in poi che l’Italia prendeva coscienza di avere il nemico ‘in casa’ e fu da allora che le brigate partigiane cominciarono a formarsi pian piano ed in modo chiaramente non omogeneo. Ma, nello specifico, è la primavera del ’44 il periodo che viene analizzato in questo contributo, perché fu proprio in questa fase della guerra che le nostre zone furono inevitabilmente straziate da un combattimento tra le milizie tedesche e le forze partigiane. Questo fu infatti il momento in cui il comando tedesco diede avvio ad un nuovo ciclo di rastrellamenti in Italia, in particolare in Emilia, Liguria e Piemonte.
Come ricorda Don Luigi Braglia nel suo scritto, Santa Giulia nei monti, il 18 marzo alle sei del mattino da Montefiorino i cannoni iniziarono a bombardare Monchio e i paesi vicini, a ciò si aggiunse poi un attacco di fanteria nella strada che collegava Savoniero a Monchio. Nel frattempo giunsero anche le milizie tedesche di Hermann Göring in cerca dei ribelli, ma la maggior parte di loro era riuscita a fuggire e nelle abitazioni rimanevano solo donne, bambini e anziani. A questo punto la situazione diventa difficilmente riassumibile, perché assume caratteri specifici da zona a zona che necessitano di essere descritti in modo dettagliato. La tesi si sofferma proprio su questo tipo di narrazione e ne descrive i particolari in modo minuzioso.
Questo lavoro si conclude poi con un capitolo, il terzo, dedicato all’approfondimento del film Sopra le nuvole, il quale ricostruisce le tragiche vicende che interessarono il nostro Appennino in questo periodo. Non manca inoltre un corposo appendice in cui sono riportate le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti, raccolte tra Monchio e Lama di Monchio, utili per comprendere le vicende attraverso la viva voce di chi ha potuto testimoniarne la drammaticità.
Monchio, 18 marzo 1944. Una rilettura della strage attraverso le fonti cinematografiche e le fonti orali è dunque un valido contributo per un’indagine della storia d’Italia e del nostro Appennino che permette di ricostruire quelle vicende che, non troppi anni fa, macchiarono il paese con il sangue di tanti innocenti.





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[1] Il primo ad usare questo termine, che fino ad allora si era volontariamente evitato, è stato lo storico Claudio Pavone nel saggio del 1991, intitolato Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza.
[2]Sulla moralità nella Resistenza. Conversazione con Claudio Pavone condotta da Daniele Borioli e Roberto Botta, contenuta in Quaderno di Storia Contemporanea numero, n. 10, 1991, pagine 19-42: «Bisogna innanzitutto dire che il mio libro ha dovuto subire come dire - uno stiracchiamento da destra. Nel senso che i fascisti, che hanno sempre utilizzato, ma a torto, questo concetto come strumento per fare passare una equiparazione tra le due parti, ora sembrano dire: ecco, lo dice uno di loro, e quindi vuol dire che noi avevamo ragione e le due parti erano uguali. […]Da sinistra invece c'è stato un malumore, che però va scemando. Lo stesso Vendramini, che nella prefazione agli atti del convegno di Belluno aveva assunto una posizione un po' difensiva a causa di tutte le obiezioni che aveva avuto in loco contro la sua lodevole iniziativa (8), poi mi ha detto: però tu sei riuscito a far passare questo concetto anche nella cultura di sinistra e, una volta tanto, ci sei riuscito prima che ce lo imponessero gli altri».
[3] Cfr. C. Pavone, op. cit.